TAPPA 11: Via Garibaldi 8
11.1 - Ferdinando Cesari
Scendendo da via Marconi, passando sotto il Campanone, si sbuca in via Garibaldi: nell'edificio che si trova quasi di fronte al Campanone abitava FERDINANDO CESARI con la sua famiglia, che gestiva il caffè-osteria sito al piano terra in quella che un tempo era stata la Chiesa di S. Croce demolita a fine ‘800.
FERDINANDO CESARI aveva 23 anni, era da poco sposato con Gabriella, la giovanissima moglie in attesa del loro primo figlio, e per lei aveva scelto il nome di battaglia “Gabri”; così ogni volta che veniva chiamato era un pensiero per l’amata.
Nell’estate del 1944 Ferdinando raggiunse le formazioni partigiane sul nostro Appennino e partecipò ai durissimi combattimenti di luglio. Dopo la sconfitta e i rastrellamenti rientrò a casa e da qui coordinò alcune squadre partigiane.
A casa sua era un via vai di ragazzi: si parlava di reclutare giovani, metterli in contatto con i partigiani in montagna, raccogliere cibo, vestiti e armi, sabotare i tedeschi e opporsi ai fascisti. Per non destare sospetti si ascoltava musica, si cantava, si giocava a carte.
La sorella Fernanda, una bambina all'epoca dei fatti, custode delle memorie familiari, ricorda teneramente che, quando il fratello tornava clandestinamente a casa per poche ore, lei doveva stare compostamente seduta su una sedia o sul divano per consentire al fratello di muoversi liberamente per casa, in modo da evitare che i clienti del sottostante bar di famiglia, frequentato anche da persone vicine ai fascisti, sentissero i passi di più persone muoversi al piano di sopra e potessero sospettare la presenza di Ferdinando.
Fratello e sorella dovevano darsi il cambio per camminare in casa propria, per non insospettire chi poteva sentirli!
Ma, come in ogni paese, anche a Scandiano c'erano delatori, spie dei fascisti e dei tedeschi, e quel movimento non passò inosservato. Il C.L.N fece allontanare Ferdinando da Scandiano per proteggerlo; cambiava spesso nascondiglio, ma è difficile restare a lungo lontano dalla moglie che porta nel ventre il tuo primo figlio, così ogni tanto “Gabri” tornava a casa per qualche ora.
All'alba di un freddo giorno di fine dicembre, in casa Cesari erano ancora tutti a letto. Colpi violenti alla porta. Era la Brigata Nera. Ad aprire andò Bruno, il padre, per dare il tempo a “Gabri” di scappare dal retro. Rabbiosi, i fascisti lo arrestarono e minacciarono tutta la famiglia.
“Gabri” allora si costituì. Portarono in carcere tutti e due, padre e figlio. Il padre sarà rilasciato qualche giorno dopo. “Gabri” no. Per lui ci fu l’orrore e l’inferno dei Servi e di Villa Cucchi, luoghi terribili al solo nominarli.
Venne fucilato il 28 gennaio 1945 a Pieve Modolena, sulla via Emilia alle porte di Reggio, insieme ad altri nove partigiani. Un cippo accanto al torrente Quaresimo li ricorda tutti.
Per giorni i corpi restarono sulla neve senza che si potesse dare loro sepoltura. Tutti dovevano vedere che fine facevano i “banditi”, i ribelli. Quando finalmente poté recuperare il corpo, il padre risparmiò alla madre lo strazio di vedere come avevano martoriato il figlio.
Qualche settimana dopo, tutta la famiglia Cesari venne arrestata. Bruno era infatti sospettato di aver partecipato a un'imboscata a soldati tedeschi sul Brolo per vendicare l'uccisione del figlio, nonostante fosse estraneo al fatto.
Li misero al muro, pronti a fucilarli tutti: padre, madre e Fernanda, la sorella di “Gabri”, ancora una bambina. All'improvviso il rombo dei bombardieri, bombe che esplodevano tutto intorno, fuggi fuggi.
Anche i tedeschi scapparono in cerca di riparo.
Si salvarono così, per puro caso. Fernanda si perse nei campi, vi passò una notte intera.
Una bambina completamente sola, al buio, al freddo, con il frastuono dei bombardamenti tutto intorno. Quando la ritrovarono, non riuscì a parlare per giorni a causa dello shock.
FERDINANDO CESARI aveva 23 anni, era da poco sposato con Gabriella, la giovanissima moglie in attesa del loro primo figlio, e per lei aveva scelto il nome di battaglia “Gabri”; così ogni volta che veniva chiamato era un pensiero per l’amata.
Nell’estate del 1944 Ferdinando raggiunse le formazioni partigiane sul nostro Appennino e partecipò ai durissimi combattimenti di luglio. Dopo la sconfitta e i rastrellamenti rientrò a casa e da qui coordinò alcune squadre partigiane.
A casa sua era un via vai di ragazzi: si parlava di reclutare giovani, metterli in contatto con i partigiani in montagna, raccogliere cibo, vestiti e armi, sabotare i tedeschi e opporsi ai fascisti. Per non destare sospetti si ascoltava musica, si cantava, si giocava a carte.
La sorella Fernanda, una bambina all'epoca dei fatti, custode delle memorie familiari, ricorda teneramente che, quando il fratello tornava clandestinamente a casa per poche ore, lei doveva stare compostamente seduta su una sedia o sul divano per consentire al fratello di muoversi liberamente per casa, in modo da evitare che i clienti del sottostante bar di famiglia, frequentato anche da persone vicine ai fascisti, sentissero i passi di più persone muoversi al piano di sopra e potessero sospettare la presenza di Ferdinando.
Fratello e sorella dovevano darsi il cambio per camminare in casa propria, per non insospettire chi poteva sentirli!
Ma, come in ogni paese, anche a Scandiano c'erano delatori, spie dei fascisti e dei tedeschi, e quel movimento non passò inosservato. Il C.L.N fece allontanare Ferdinando da Scandiano per proteggerlo; cambiava spesso nascondiglio, ma è difficile restare a lungo lontano dalla moglie che porta nel ventre il tuo primo figlio, così ogni tanto “Gabri” tornava a casa per qualche ora.
All'alba di un freddo giorno di fine dicembre, in casa Cesari erano ancora tutti a letto. Colpi violenti alla porta. Era la Brigata Nera. Ad aprire andò Bruno, il padre, per dare il tempo a “Gabri” di scappare dal retro. Rabbiosi, i fascisti lo arrestarono e minacciarono tutta la famiglia.
“Gabri” allora si costituì. Portarono in carcere tutti e due, padre e figlio. Il padre sarà rilasciato qualche giorno dopo. “Gabri” no. Per lui ci fu l’orrore e l’inferno dei Servi e di Villa Cucchi, luoghi terribili al solo nominarli.
Venne fucilato il 28 gennaio 1945 a Pieve Modolena, sulla via Emilia alle porte di Reggio, insieme ad altri nove partigiani. Un cippo accanto al torrente Quaresimo li ricorda tutti.
Per giorni i corpi restarono sulla neve senza che si potesse dare loro sepoltura. Tutti dovevano vedere che fine facevano i “banditi”, i ribelli. Quando finalmente poté recuperare il corpo, il padre risparmiò alla madre lo strazio di vedere come avevano martoriato il figlio.
Qualche settimana dopo, tutta la famiglia Cesari venne arrestata. Bruno era infatti sospettato di aver partecipato a un'imboscata a soldati tedeschi sul Brolo per vendicare l'uccisione del figlio, nonostante fosse estraneo al fatto.
Li misero al muro, pronti a fucilarli tutti: padre, madre e Fernanda, la sorella di “Gabri”, ancora una bambina. All'improvviso il rombo dei bombardieri, bombe che esplodevano tutto intorno, fuggi fuggi.
Anche i tedeschi scapparono in cerca di riparo.
Si salvarono così, per puro caso. Fernanda si perse nei campi, vi passò una notte intera.
Una bambina completamente sola, al buio, al freddo, con il frastuono dei bombardamenti tutto intorno. Quando la ritrovarono, non riuscì a parlare per giorni a causa dello shock.